Sono di ritorno da un viaggio di 2 mesi in Sud Est Asiatico. Da solo. Fin dalla preparazione dell’itinerario sapevo che 60 giorni non sarebbero bastati a soddisfare la frenesia di conoscere, la curiosità di esplorare, la mia fame di viaggiare.
In Thailandia mi sarei adattato al clima, al cibo e ai ritmi dell’Asia, continente a me sconosciuto. Dopo qualche giorno di assestamento a Bangkok ero sicuro di potermi lanciare a capofitto in quel nuovo ecosistema; è sempre meglio, a mio avviso, affrontare un viaggio partendo dalle città più ostiche, caotiche, in modo da godersi il meglio dopo, conoscendo pericoli e pregi della cultura in cui ti immergerai.
Dopo un anno di intenso lavoro e sempre a contatto con mille persone non avevo nessuna intenzione di temporeggiare nella mai stanca capitale thailandese. La mia intenzione era di proseguire verso nord, immergermi nella natura, fare escursioni in solitaria, noleggiare moto e costeggiare la giungla, arrembare chiatte di legno e ridiscendere tutta la penisola attraversando Laos, Vietnam e Cambogia, lungo il leggendario fiume Mekong.

Ovviamente nulla va mai come avevi programmato prima di partire ma, se ne sei consapevole e ti lasci andare all’inerzia del viaggio, spesso girovagare cambiando i piani ti riserva sorprese anche migliori, che non avresti mai immaginato prima.
La Cambogia l’ho saltata piè pari. Non avevo più tempo. In Thailandia ci sono ritornato alla fine del viaggio e ho speso lì più del previsto, lavorando e aspettando indicazioni su come tornare in Italia, in un momento di crisi in cui i voli verso l’Europa venivano cancellati e il passaporto italiano equivaleva a un marchio della peste.
In Vietnam ho esteso il visto ad oltre un mese: me ne sono innamorato a primo impatto e ci sarei rimasto anche più a lungo.

Ma se dovessi scegliere un episodio del mio peregrinare che descrive al contempo sia il mondo che ho visto che il mondo fermo e, in un certo senso, anche il mondo che vorrei, allora parlerei di quello che mi è accaduto a Luang Prabang, in Laos.

Avevo già speso 3 giorni nella meravigliosa cittadina coloniale. Macinavo chilometri e restavo rapito ad ammirare i banchetti degli artigiani locali che mettevano in mostra gli oggetti più strani; facevo continue soste assaporando con l’aiuto di tutti i sensi le prelibatezze esposte nello sconfinato “food night market” e mi godevo un po’ la vita lenta dei confortevoli yoga-bar affacciati sul Mekong.
Vita lenta si fa per dire perché proprio la smania di conoscere e vedere il più possibile mi aveva costretto a bruciare le tappe, a non prendermi il giusto tempo per entrare appieno nello spirito dei luoghi che visitavo. È difficile quando vuoi fare tutto, il tempo non ti basta mai.
Mi mancavano ancora tante cose da vedere a Luang Prabang ma avevo deciso ormai di seguire un gruppo di amici viaggiatori e partire per qualche avventura estrema con loro, in direzione Vang Vieng, a sud. Dopo qualche escursione e un paio di giorni di svago avevo capito che i miei piani non si sarebbero sposati con il programma degli altri di proseguire verso sud, nella confusa capitale Vientiane. Decisi di tornare indietro e arrivare in Vietnam attraverso una città di confine del nord, Dien Bien Phu, raggiungibile solo grazie a una traversata via autobus di oltre 30 ore e tre cambi di carovana. La seconda tappa sarebbe stata nuovamente Luang Prabang.
Ci ritornai dunque nel cuore della notte. Non avevo abbastanza tempo per dedicargli altri giri. Dovevo prendere una coincidenza alle 6 del mattino. Il tuktuk - una specie di moto taxi locale - per il centro mi sarebbe costato pochi euro per una corsa andata e ritorno dalla stazione dei bus al centro e così decisi di recarmi comunque in città per cercare qualcosa da mangiare, o almeno un locale dove poter caricare il cellulare. Ero riuscito a scavalcare la recinzione che delimitava il cortile di un tempio che affacciava sulla via principale della città e ad attaccarmi alla linea di corrente. Erano circa le 4 del mattino e stavo videochiamando i miei genitori. All’improvviso, nel silenzio più totale risuonarono i rintocchi di un gong. Una lunghissima lingua arancione stava uscendo dal tempio e riversandosi in strada. Erano i monaci. Pensai: “Mi hanno scoperto e ora mi vengono ad arrestare”.
E invece celebravano il più incredibile e antico dei rituali della loro religione: il “Tak bat”.
In quel momento avevo dimenticato il cellulare, la borsa e perfino gli orari della coincidenza. Ero come rapito da quella processione; migliaia di monaci di tutte le età che in un silenzio sacrale popolano le strade buie della città. Ad attenderli lungo i marciapiedi c’erano tutti i fedeli, pronti, come ogni mattino prima dell’alba, a elargire quello per cui i monaci uscivano a mostrarsi a quell’ora: una manciata di riso, donato in elemosina in segno di rispetto per la vita di sacrificio che i religiosi erano pronti ad affrontare.
Ecco, per me in quel momento il tempo si è fermato. Non riuscivo a scattare delle fotografie, a pensare a quello che mi aspettava dopo, alla continuazione del mio viaggio in Vietnam.
Il mio viaggio, la ragione per cui ero partito si stava manifestando lì davanti a me, senza che l’avessi nemmeno inseguita. Il mondo che stavo vedendo era esattamente il mondo che stavo cercando. Si era fermato e mi aveva insegnato che anche io, per assaporare la vita, mi sarei dovuto fermare e godermela così come veniva.
Non ci sono più riuscito altre volte. Troppa è l’ansia in me di scoprire di più e sempre di più. Però, dopo aver assistito al tak bat, so che nel mondo che vorrei, se solo volessi, ci sono già e devo solo scegliere di viverlo.
Speriamo che alla fine di questa pausa di riflessione che la natura ha deciso di prendersi dall’uomo non avremo paura di abbracciarci e influenzarci a vicenda, perché come i monaci necessitano i propri fedeli ogni giorno prima dell’alba, cosi tutti noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro lungo il cammino che costituisce il nostro viaggio
È una delle immagini più vivaci del Laos: dalle cinque e mezzo del mattino in poi, le silenziose file di monaci Lao con le loro tuniche color zafferano camminano per le vie di Luang Prabang per raccogliere offerte ed elemosine. La gente del posto è lì davanti a loro, pronta con i contenitori pieni di sticky rice; ogni monaco ne ottiene un po’ che viene adagiato nella apposita ciotola che portano con se’.
Con quasi ottanta templi a Luang Prabang, questo fa si che ogni mattina centinaia di monaci, si incamminano su diversi percorsi a seconda di dove si trova il loro tempio. I percorsi che attraversano Sakkarin Road e Kamal Road sono tra i più visti dai turisti, anche se il rituale si verifica tutto intorno a Luang Prabang.
Ogni monaco porta una grande ciotola metallica con coperchio, che è attaccata ad una cinghia appesa alla spalla del monaco. Mentre i monaci sfilano accanto alla fila di fedeli, che di solito sono seduti o inginocchiati per strada, questi contenitori sono man mano riempiti di manciate di sticky rice o banane.